Voci di Romania

Ermanna e Mario: Stelle di Romania

Questo articolo è nato in occasione delle vacanze da noi trascorse a Targoviste, in Romania, presso la Fondazione Padri Somaschi.

È un piccolo ricordo dedicato a tutte le persone coinvolte nell’attività della Fondazione; prima di tutto ai Padri: Livio, Lorenzo e Albano; poi ai ragazzi che ne sono ospiti, agli educatori che vi lavorano, e infine alle tante persone che in Romania o in Italia collaborano e ne sostengono l’opera.

Con l’augurio che il nostro incontro diventi la base su cui costruire un ponte di amicizia e di solidarietà.

Domenica 05 Giugno 2011

Ermina F.: Romania

Târgovişte, Romania, August 2009. Let me try to find some pics, among the many images of this trip crowding my mind.

This one, for example: we’re all twisted by heat and by a day lived with participation, reddened by sun and runs. We’re on a bus, back from a visit at the salt mine of Slanic Prahova, near Ploiesti, in the gut of Mother Earth, followed by a picnic in the mountains. The few ones still awake make fun of the sleeping ones by shooting images of them: Italians and Romanians together, hugging each other, one’s head on somebody else’s shoulder, on somebody else’s knees. The IPod earphones link us each other, one for me, one for you, a Romanian kid falling asleep with my cell in his hands. He played with it, I just hope the cell will not start ringing now that he’s sleeping like a baby.

Here it is, the sense of sharing and friendship representing for me the image of Târgovişte: Romania and Italy touching each other for a moment, and for a moment looking like equals.

But it’s just a moment. Because when the evening comes and we’re all at dinner, I ask to Madelin if he had fun today. He says “yes, it’s been beautiful, but I wanted to go to my mother’s birthday’s party. But she did not invite me”.

No, Romania and Italy are not the same. The road for kids and teenagers in Romania is steep, very steep. Some days of happiness received as a present cannot hide their past, hugs cannot fill so many absences, smiles can hardly make the uncertain road to the future plain.

But all these things together may help these Romanian kids understand that it’s possible to make friends, to create true relationships, to think to a brighter future and maybe build it by themselves. Because they are the actors of a daily fight for welfare and dignity in a society filled up with evident and violent contradictions such as the Romanian one.

I keep in me many souvenirs of Târgovişte. The excitement of kids on the evening of August, 15, for example. We’re all ready for a tour in town, there’s a concert in the park, a big feast. Gabi wants me to tell him he’s elegant, that he’s great with his white shirt, he feels grown up tonight. But then, he comes looking for my hand because yes, he feels grown up, but darkness for a kid is still awesome, always, everywhere in the World.

I remember a choke in my throat while Costel’s mother kisses my hands because I paid them a visit in their humpy in the city suburbia, bringing some pasta with me. It’s the afternoon of August, 15 and I am in the endless slums of a European city, laying in rich and civilized Europe, but where nobody cares if kids live in open air sewage canals popping out of them like many small mice, covered with dirt, if a sweet is waiting for them. I remember a cockeyed smart kid, riding a bicycle without wheels, his hands protruded hoping for a gift. I left Milan without knowing anyone of my adventure pals. I just wanted to donate some of my time and give a meaning to my vacations. I came back to Milan with many friends and some missed sleeping time. What did I do in Târgovişte? I cleaned doors, windows and floors. I cut pounds of tomatoes and cabbage, peeled loads of potatoes and washed fruit together with Sister Celeste. I played with salt paste, paper, water colors, rocks, balloons, electric trains. I sang, danced, painted, played music, walked. I ran, sweated, hugged, prayed, laughed and smiled (a lot) and also wept (a few). I filled my legs with hematomas because after 20 years I started to play on the grass again. I imagined Saint Jerome, and possibly I even saw him in the eyes of the Fathers living at Casa Miani: I saw them helping their kids, accompanying them, giving them a suggestion on how to dress, calling them to eat, pushing them to do their duties, hugging, kissing, caressing them, falling asleep with them in front of TV. Shadowed gestures done with loyalty and constancy, convinced that these lives so scarred by time can be anyway rescued. And rescue there will be, as it already happened for other kids who passed through there and who now are in Bucharest with a job, because a society can only be built through prevention, education and training. In Târgovişte I heard stories of simple people and simple stories of extraordinary people. In Târgovişte I filled my heart.

Martedì 29 Marzo 2011

Erminia F.: Romania

Targoviste, Romania, agosto 2009. Provo a cercare, fra le tante immagini di questo viaggio che si affollano nella mente, qualche istantanea.

Questa, per esempio: tutti noi, stravolti dal caldo e dalla stanchezza di una giornata vissuta intensamente, arrossati dal sole e dalle corse, caldi di vita. Siamo su un pullman, di ritorno dalla visita alla miniera di sale di Slanic Prahova, vicino Ploiesti, nelle viscere della terra, a cui è seguito un pic nic in montagna. I pochi rimasti svegli si divertono a scattare foto ai tanti che dormono: italiani e rumeni insieme, abbracciati, chi con la testa sulla spalla di uno, chi appoggiato alle gambe di un altro. Gli auricolari dell’i pod che ci uniscono, uno a me e uno a te, un ragazzino rumeno che si addormenta con il mio cellulare in mano. Lo ha usato per giocare, spero che non suoni proprio adesso che sta dormendo beato.

Ecco, è questo senso di condivisione e di amicizia l’immagine che ho di Targoviste: Romania e Italia che si toccano e che per un momento sembrano uguali.

Ma è un attimo. Perché poi la sera, a tavola, chiedo a Madelin se durante la giornata si è divertito. E lui, con gli occhi malinconici, mi confessa che sì, “è stato bello oggi, ma io volevo andare alla festa di compleanno di mia mamma. Però lei non mi ha invitato”.

No, Romania e Italia non sono uguali. La strada dei bambini e dei giovani di Romania è in salita, molto in salita. Qualche giorno di felicità che è stato loro regalato non può nascondere il passato, gli abbracci non possono colmare tante assenze, i sorrisi difficilmente possono spianare la strada incerta del futuro.

Però tutte queste cose insieme possono far intravedere ai ragazzi romeni che è possibile avere degli amici, stringere rapporti veri, pensare a un futuro più bello e magari anche progettarlo da soli. Perché sono loro i protagonisti della battaglia quotidiana per il benessere e la dignità, pur in società come quella romena, lacerata da evidenti e violente contraddizioni.

Custodisco tanti ricordi di Targoviste. L’eccitazione dei ragazzini la sera di Ferragosto, per esempio. Ci si prepara tutti per fare un giro in città, c’è un concerto nel parco, con una grande festa. Gabi vuole che gli dica che è elegante, che sta bene con la camicia bianca, si sente più grande stasera. Ma poi, mentre camminiamo lungo la strada, viene a cercare la mia mano, perché va bene sentirsi grande, ma il buio a un bambino fa paura, sempre, in qualsiasi parte del mondo.

Ricordo il groppo soffocato in gola, mentre la mamma di Costel mi bacia le mani perché ho fatto visita a lei e a suo figlio nella baracca alla periferia della città, portando un po’ di pasta. È il pomeriggio di Ferragosto, e mi ritrovo a passarlo nella immensa baraccopoli di una città che è in Europa, nella ricca e civile Europa, ma che accetta senza troppo scandalizzarsi che i bambini vivano in fogne a cielo aperto e sbuchino da chissà dove come tanti topolini, tutti sporchi, al richiamo di qualche caramella. Ricordo gli occhietti storti di un bambino vispo, su una bicicletta senza ruote, e le sue mani allungate alla ricerca del dono.

Sono partita da Milano senza conoscere nessuno dei miei compagni di avventura. Avevo solo la voglia di donare un po’ del mio tempo e di dare un significato alle mie vacanze.

Sono tornata a Milano con tanti amici e qualche ora arretrata di sonno.

Cosa ho fatto a Targoviste? Ha pulito porte, infissi e pavimenti. Ho tagliato chili di pomodori e verze, pelato chili di patate e lavato chili di frutta insieme a suor Celeste.

Ho giocato con la pasta di sale, la carta, le tempere, i sassi, i palloncini, i trenini. Ho cantato, ballato, colorato, suonato, camminato. Ho corso, sudato, abbracciato, pregato, riso e sorriso (tanto) e anche pianto (poco). Mi sono riempita le gambe di lividi perché ho ricominciato a giocare nel prato, dopo vent’anni. Ho immaginato san Girolamo, e forse l’ho persino visto, nei padri che vivono a Casa Miani: li ho visti aiutare i loro ragazzi, accompagnarli, consigliarli su come vestirsi, invitarli a mangiare, spronarli a lavorare o a fare i compiti, abbracciarli, baciarli, accarezzarli, addormentarsi con loro davanti alla tv.

Gesti compiuti nell’ombra, ma con fedeltà e costanza, nella convinzione che possa esserci il riscatto di queste vite già tanto segnate. Anzi, ci sarà di certo, come sta avvenendo per altri ragazzi passati da lì e che oggi sono a Bucarest a lavorare, perché solo attraverso la prevenzione, l’educazione e la formazione si costruisce una società.

A Targoviste ho ascoltato storie straordinarie di gente semplice e storie semplici di gente straordinaria. A Targoviste ho riempito il cuore.