UN FUTURO CHE NON C’E’

Chiunque abbia visitato almeno una volta Udaizi, sia vissuto anche solo per poco con i ragazzi e le ragazze che lì crescono, abbia condiviso le loro difficoltà, ma allo stesso tempo la loro disperata voglia di vivere, si è domandato dolorosamente se, per questi naufraghi ai confini del nostro mondo, ci possa essere un futuro.

A diciotto anni, dopo l’anno di istruzione professionale, non rimane loro che trovarsi un alloggio, e cominciare a sopravvivere. Lo stato assicura un sussidio di invalidità, che ammonta in media ad 800 Grivnie, qualcosa come 85 Euro al cambio attuale (ottobre 2011). Tale somma non è sufficiente a mantenere una persona che viva in città, mentre può assicurare la sopravvivenza, qualora si viva in campagna.

Il problema è avviare ai ragazzi e alle ragazze all’autosufficienza. Essi non sanno gestire il denaro, fare la spesa, cucinare, non hanno idea di come ci si curi da soli per le malattie di cui soffrono, non sanno integrare con l’allevamento e l’agricoltura la misera somma che ricevono. Così, pur avendo la possibilità di vivere con una minima dignità si abituano a sprecare i soldi, e vivono costantemente nel bisogno.

L’istituto non ha la possibilità di insegnare tutto ciò, essendo la vita di comunità improntata ad una visione assistenzialistica, quasi ospedalizzata dell’esistenza, oltretutto viziata dalla convinzione che, in fin dei conti, persino l’aiuto dello stato sia un elemosina come le altre, alla pari dei soldi che arrivano dall’estero, grazie a benefattori che si possono indurre a compassione ad intervalli regolari. Anche chi ha la fortuna di trovare alloggio presso lontani parenti non riesce a mantenere un’esistenza regolare, ed è facile preda dell’alcool e vittima di quelle malattie che, curate in istituto, al di fuori diventano ostacoli insormontabili.

Trovare una soluzione a tutto ciò è davvero difficile, ma non ci si può esimere dal fare, almeno un tentativo. In quest’ottica è nato, nell’estate 2011, dopo anni di riflessione e di ricerca, il progetto “Nash dim – Casa nostra”.