Isidoro Taccagni e la sua Primavera Ucraina

Isidoro Taccagni e la sua Primavera Ucraina

Primavera Ucraina, nasce dalla voglia di portare speranza anche dove sembra impossibile, di portare la luce nella vita di molti bambini che sembrano destinati solo al buio.

Isidoro Taccagni e la sua preziosa testimonianza per Primavera Ucraina.

“Serhij non parla, non sorride, non mangia, niente, fa no con la testa quando gli chiediamo qualsiasi cosa, guarda per terra. Ventiquattr’ore di supplizio: è arrivato ieri sera, dall’Ucraina, per la prima volta in Italia in soggiorno terapeutico. Starà un mese con noi, che non parliamo la sua lingua, anzi, nemmeno sappiamo quale sia, russo o ucraino e lui figuriamoci, di italiano nemmeno una parola.
Non fa nemmeno la pipì: in pigiama sbircia alla tivù i cartoni animati, ma torna ad abbassare la testa se si accorge che lo stiamo osservando. Un giorno intero senza parlare, senza mangiare tutto il ben di Dio che gli mettiamo davanti.

La sera dopo, disperato, lo porto a fare un lungo giro in macchina. Al ritorno siamo io e lui, soli: gli ho messo a disposizione un pacchetto di biscotti, pian piano allunga la mano e ne mangia uno, poi un altro, avrà ben fame, accidenti. Siamo vicini a casa: sul nostro terrazzo, come ogni anno, un albero di Natale di fili luminosi alto dieci metri. Da lontano Serhij lo vede, lo riconosce, alza un dito e indica il condominio, parla. Le prime parole che gli sento dire: “Nash dim”, casa nostra. E finalmente sorride”, ricorda Isidoro Taccagni.

Undici anni passati in orfanotrofio: lui, una casa, non l’ha mai avuta. Quella sera ha riconosciuto per la prima volta una casa che in qualche modo sente propria, ma non ha detto mia, ha detto nostra. Allora non poteva immaginare che l’anno dopo sarebbe stato adottato e se ne sarebbe andato a vivere in America.

Per uno che ha avuto la fortuna di trovarla, una casa sua, cento altri non l’avranno mai.

Nash dim, casa nostra.

Ci sono cose che diamo per scontate, certezze che si chiamano mamma, papà, oggetti che da soli sono tutto un mondo, odori e rumori che colorano la nostra vita come promesse mantenute. Un orfano disabile, in Ucraina, di tutto ciò ha conosciuto soltanto un surrogato pagato dallo stato e decorato da qualche elemosina, uno strano mondo dove non c’è spazio per disegnarsi un futuro. Di certo sa soltanto che a diciassette anni, comunque, dovrà lasciare per legge persino la sua parvenza di dimora, senza che nessuno gli abbia mai fatto capire cosa significa “nash”, nostro. Non “moi”, mio, questo sì, lo conosce bene, ma c’è una bella differenza fra mio e nostro. Senza sapere cos’è nash, nostro, non potrà costruire una famiglia, non potrà far parte di niente, perché non ne è capace, non sa come si fa.

Nash dim, un progetto per insegnare ad essere parte di, ad dire nostro, non solo mio.”

A cura di Isidoro Taccagni

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